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Michele Dallapiccola

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IL TRAMONTO DI IDEE, PROGRAMMI E VISIONE.

Due sono i mantra nei discorsi della Giunta in questo importante inizio di mandato: GEOMETRIA VARIABILE e DEROGA COME REGOLA.

A questi cliché rispondono il (non) processo di fusione/gestione associata dei comuni o la modifica delle competenze per le comunità di valle gestite da Mattia Gottardi. Non si sottrae nemmeno Mirko Bisesti quando permette di applicare un nuovo corso per il CLIL solo agli istituti che ne abbiano voglia? Da medico veterinario non posso poi che definire drammatico il provvedimento in proposta da Stefania Segnana quale è la deroga all’obbligo vaccinale. E che dire dell’abolizione del comitato faunistico? Trofeo d’inizio mandato per la nuova assessora Zanotelli che ammiccando ai cacciatori, non appena insediata, ha immediatamente rimosso quell’istituto che stava loro antipatico. Infine, notevole, la grande abbuffata di richieste dei territori alla quale l’intera Giunta si è sottoposta negli Stati Generali della Montagna. Lodevole operazione di Marketing politico a mio avviso va però letta anche come ripetizione (tra l’altro a breve distanza di tempo) di quella nella quale si era cimentato nello scorso mandato anche l’ex assessore Daldoss. 

Nel frattempo, l’impressione che avverto è che gran parte dei provvedimenti di questa Giunta sia determinata da input esterni, recepiti modalità randomizzata.. E a ben vedere la pochezza del programma elettorale che si basava solo su alcuni slogan, gran parte dei quali ricopiati dal Salvini nazionale, ha trovato un utile sostegno ed innesto da questo metodo.

Come opposizione ci batteremo perché la società economica del Trentino e gli amministratori locali meritano un futuro diverso da ciò che sembra si stia delineando all’orizzonte.  Da una prima ricognizione delle casse provinciali emersa in questo iniziale assestamento di bilancio, ben poche idee lasceranno spazio a solide realtà. Quelle poche nuove opere pubbliche ipotizzate necessiterebbero di provvidenze finanziarie che in questo momento sembrano mancare.

Ma forse è proprio per questo motivo che la giunta si comporta così. Forse cela le questioni sopra espresse ma ha deciso di proseguire comunque dentro ad una contezza dei propri limiti? Forse sta solo cercando una via diversa per poter lasciare un segno amministrativo? “Ditemi cosa fare e io lo faccio” è molto più semplice che mediare tra richieste e consapevolezza di limiti e progetti che deve avere un’amministrazione per i propri cittadini. Se così fosse allora prevediamo fiato corto per una corsa dove sembra quasi che Maurizio Fugatti viva alla giornata facendosi ordinare come procedere dai propri riferimenti nella società civile delegando poi l’esecuzione amministrativa di quanto raccolto ai propri uffici provinciali.

Signore e signori, se avete esigenze specifiche accomodatevi pure: il martedì questo presidente aspetta anche voi. Per il resto del Trentino (quello non lega-like), aperto il punto nascite di Cavalese, fine del programma.

Anzi scusate, manca il selfie che non si nega a nessuno.

rrem
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Rapporti col Governo: da questa Giunta superficialità e trascuratezza

La notizia – di questo fine settimana u.s. – di esclusione della nostra Provincia dal riparto nazionale di fondi destinati alle regioni per il dissesto idrogeologico, ci ha colpito come cittadini trentini ma non ha invece sorpreso la nostra veste di ex amministratori.

Abbiamo osservato che la vicenda in questione vede protagonisti lo stesso ministro e lo stesso presidente che avrebbero dovuto dialogare nel corso dell’inverno scorso per sistemare, oltre a quella sopra descritta, anche  la vicenda dell’orso M49 durante il suo letargo. Alla stessa maniera, trascinate troppo a lungo, queste occasioni di relazione non sono state affatto gestite nel migliore dei modi con gli effetti che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

Questa giunta appare sì molto impegnata nell’ascolto dei territori e nei contatti con le realtà locali ma la sostanza che trasmette è davvero poca. Non solo a livello pratico ha finora risolto davvero pochi problemi ma nemmeno ha inserito nei propri programmi elementi di sostanziale novità rispetto a quel passato del quale si è auto-definita cambiamento. Come se non bastasse è incappata nei profondi atti di trascuratezza di rapporti con il livello nazionale che in questi giorni si sono resi più che mai palesi.

A Roma le relazioni vanno curate attraverso un’intensa attività fatta di frequentazioni, incontri e presenza costante sui tavoli ministeriali di discussione. 

Ne sa qualcosa l’ex presidente Rossi che insieme al collega altoatesino non ha certo costruito le condizioni che hanno portato alla firma del prezioso “Patto di garanzia del 2014” girovagando per il Trentino ma piuttosto frequentando assiduamente i Ministeri competenti. Per esperienza diretta, cito anche il sottoscritto che in Commissione politiche agricole, con una presenza cadenzata pressoché settimanale, ha costruito un ruolo che gli è valso il riconoscimento di Vicepresidente della Commissione stessa e insieme a questo anche l’attribuzione di una consistente dotazione aggiuntiva di Fondi rispetto alla precedente programmazione agricola.

Ritengo a questo punto ulteriormente preoccupanti anche le considerazioni espresse da questa giunta nel suo DEPF. Siamo assolutamente convinti che anziché inserire nei documenti allegati all’assestamento di bilancio malcelate preoccupazioni rispetto al destino finanziario della provincia, bene avrebbe fatto all’economia del Trentino ricevere invece quelle rassicurazioni che non possono che derivare da frequenti e riconosciuti rapporti della PAT con il Ministero competente.

 

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L’orso, il Trentino ed il Ministro Costa.

Ho conosciuto il ministro Costa lo scorso anno in Toscana in occasione della festa del santo patrono dei forestali, San Gualberto, proprio presso il monastero allo stesso dedicato. I motivi che mi avevano portato ad incontrarlo erano gli stessi che ci affliggono oggi: le scorribande di M49 nelle Giudicarie che da qualche tempo già allora avevano cominciato a farsi sentire. Avevamo deciso che l’orso andava catturato e dunque insieme al presidente Rossi avevamo avviato le procedure previste dal PACOBACE.

 

– Identificazione genetica previa cattura

 

– attivazione di opere ed azioni di dissuasione con l’aiuto dell’applicazione del collare

 

– attività di formazione ed informazione degli amministratori, degli operatori economici locali e soprattutto della popolazione.

 

Proprio quest’ultimo aspetto fu il più difficile da gestire perché la popolazione era molto preoccupata ed arrabbiata e non era affatto piacevole girare per le valli facendosi insultare e, obtorto collo, ospitare claque di leghisti che ne approfittavano dell’occasione per inveire contro l’allora governo a scopo propagandistico politico. Ma tant’è, l’elenco di quelle riunioni si allungava e dava forza al governo trentino di far capire a quello nazionale che qui si stava facendo tutto il possibile per entrare in relazione con la popolazione ed implementare le azioni che avrebbero mitigato gli effetti negativi della presenza di grandi carnivori. Oggi questo non avviene e l’idea che mi sono fatto è che siano principalmente l’impreparazione, la paura e la difficoltà di gestire questo rapporto che impediscano all’attuale amministrazione di portare avanti questa attività poco piacevole ma prevista da una norma in questo molto severa.

 

Ma torniamo al mio incontro toscano dello scorso anno: compresi che il ministro era una persona seria e preparata ma che purtroppo per noi aveva una propensione integralista alla protezione della specie orso. La cosa non mi meravigliava poiché sapevo che la sua sensibilità era vicina a quella maggiormente rappresentata a livello nazionale mentre io invece, avevo ben presente qual’era lo stato d’animo degli amici allevatori (e non solo) che qui in Trentino avevano subito gli attacchi.

 

Tornai in Trentino ed iniziamo le azioni che avrebbero portato all’autorizzazione della cattura di M49 cioè come dicevo sopra identificazione, collaraggio, dissuasione incontri con la popolazione; quell’autunno (lo scorso) l’animale se ne andò in letargo insieme ai nostri propositi di riprendere le azioni diplomatiche che avrebbero portato all’autorizzazione della sua cattura la primavera successiva.

 

È cambiato il governo e purtroppo oggi, con questo, anche il metodo e l’approccio.

Questa Giunta non ha affrontato fin da subito con la dovuta energia il problema. un po’ per inesperienza un po’ per la foga di incontrare l’universo mondo ha di fatto subìto le numerose predazioni occupandosi prevalentemente d’altro.

I numerosi sbagli di Fugatti, Zanotelli, Tonina e &c oggi però sono pesantemente venuti a galla sia a scapito del bestiame colpito dall’orso che dell’angoscia della popolazione che ha subito le incursioni dell’animale.

 

Questa giunta ha sbagliato a più e più riprese. Innanzitutto, almeno su questo argomento, non ha mai voluto incontrare né me né il presidente Rossi laddove  un passaggio politico di consegne sarebbe invece stato estremamente utile.

 

All’evidenza dei fatti non ha costruito nessun rapporto politico diretto con il ministro Costa che si trova come abbiamo visto oggi a dover riferire al Trentino attraverso i media.

 

La politica degli annunci di salviniano stile è stata abbondantemente utilizzata anche con i contadini delle giudicarie; con incompetenza ed impreparazione questi amministratori provinciali ritenevano di affrontare la vicenda in maniera molto più semplicistica di come invece va affrontata.

 

Pur con qualche incidente di percorso insieme al presidente Rossi noi invece abbiamo gestito 5 anni di azioni serie, severe ma soprattutto sempre e comunque approcciate con taglio scientifico ma mai politico né propagandistico.

 

Promettere ai contadini delle Giudicarie una soluzione fai da te, ha generato false aspettative che a mio avviso hanno fatto perdere la fiducia nei confronti dell’intera Giunta.

 

Ora, è probabile che M49 verrà comunque  catturato ma con la credibilità delle istituzioni Trentine bruciata, caduta sotto i colpi di una battaglia mediatica partita, giocata e finita male. Quella della gestione dei grandi carnivori non poteva e non doveva essere infatti un ring sul quale dimostrare che la lega è meglio del PATT, che si può fare diversamente, che chi amministra prima non sapeva cosa stava facendo e chi è arrivato ora ha invece la soluzione in tasca.

 

Il governo di questo sistema complesso è infatti frutto di un’alchimia di azioni fatte di prudenza, sensibilità e approccio scientifico sia verso la zootecnia che verso il mondo animalista-ambientalista.

 

Mi ha aiutato molto sia laurea in medicina veterinaria che l’esperienza di vita a contatto col mondo animale. Fatti ed esperienze questi completamente assenti in chi in questo momento ci rappresenta ed è stato il loro proporre soluzioni gridando come da dentro a un gazebo che ci ha portato alla situazione odierna. Siamo sull’orlo di uno scontro istituzionale con il governo centrale con una fiducia da parte loro nei confronti del sistema Trentino di gestione dei carnivori ai minimi storici con l’aggravante che i nostri allevatori sono ormai praticamente allo stremo.

 

Come se non bastasse stiamo per finire sotto la lente di ingrandimento da parte del profilo nazionale. Quando M49 verrà catturato si scateneranno le solite polemiche e ancora una volta finiremo alla gogna e alla berlina mediatica senza aver portato a casa nulla in termini di ulteriore fiducia e attribuzione di autonomia in campo gestionale dei grandi carnivori. Spero di sbagliarmi nel pensare che sempre più il Trentino, anche da questo punto di vista, verrà  commissariato dallo Stato. Il risultato sarà che la gestione dei grandi carnivori assomiglierà qui sempre più a quello che è già nel resto d’Italia. Se guardo come sono andate le cose in questi ultimi tempi in Veneto o quali siano stati gli effetti della diffusione del lupo sugli Appennini rabbrividisco al sol pensiero di preoccupanti conclusioni.

 

L’augurio che faccio a me stesso ma prima ancora tutto il Trentino è ovviamente allora che mi stia sbagliando.

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Danni da tempesta Vaia. La Provincia sta ignorando lo stato di salute delle nostre acque

Riporto di seguito un ottimo pezzo del quotidiano IL DOLOMITI che riprende anche una mia interrogazione alla Giunta Provinciale.

Le dighe restano osservate speciali tra svasi e manutenzioni. I pescatori: ”Attenzione a Stramentizzo, pronti a tutto per evitare aperture”

In molti casi è necessario un intervento di manutenzione, già gli interventi in Vallarsa avevano causato diverse tensioni per gli svasi nel torrente Leno, mentre altre polemiche ci sono state per lo svaso della diga a Pezzè di Moena. Finotti: “Dopo Vaia perse due generazioni di pesci, serve un piano straordinario”. Dallapiccola interroga la giunta: “Quando la Provincia assegna le risorse per il ripopolamento?”

Di Luca Andreazza – 20 giugno 2019 – 06:01
TRENTO. “Piuttosto ci incateniamo sotto la diga che restare a guardare eventuali svasi della diga di Stramentizzo“, non usa giri di parole Mauro Finotti, presidente della Federazione della pesca, che accoglie 24 associazioni impegnate nel settore e rappresenta circa 4 mila pescatori. Tra gli osservati speciali dopo la tempesta Vaia dell’ottobre scorso ci sono, infatti, i bacini del Trentino, i quali a seguito della calamità sono state invase dai detriti.
In molti casi è necessario un intervento di manutenzione, già gli interventi in Vallarsa aveva causato diverse tensioni per gli svasi nel torrente Leno, che in un colpo solo aveva cambiato colore, mentre altre polemiche ci sono state per lo svaso della diga a Pezzè di Moena. Un tema quello degli svasi che è finito al centro di un’interrogazione di Filippo Degasperi, consigliere provinciale del Movimento 5 stelle, per i danni ambientali a seguito dello sversamento di fango e limo nei corsi d’acqua.
“Non sappiamo ancora i danni all’ecosistema – evidenzia il numero uno della Federazione della pesca – i campionamenti sono stati effettuati, ma ci vogliono mesi per avere i risultati. Il problema è di metodo: i controlli devono essere fatti da professionisti terzi e non da un tecnico incaricato dalla ditta proprietaria del bacino perché la conclusione è sempre quella che non è successo nulla. Servono regole chiare e precise, devono essere valutati metodi alternativi ai deflussi minimi vitali da addebitare ai produttori di energia”.
La situazione da cerchiare in rosso sarebbe soprattutto quella di Stramentizzo, anche perché parte dei fanghi sul fondo della diga contengono sostanze che sarebbero tossiche dopo il dramma di Stava. “Una spada di Damocle – commenta Finotti – non si conoscono ancora i piani e l’ultimo svaso decente risale a prima della tragedia di Stava. Se vengono rilasciate le acque si rischia di compromettere un ecosistema per 35 chilometri lungo l’Avisio, ci vorrebbe almeno mezzo secolo poi per riprendersi”.
E’ un danno poco evidente rispetto agli alberi schiantati e il paesaggio mutato in diverse porzioni del territorio, ma è comunque enorme quello subito dalla fauna ittica che popola i laghii fiumi e i torrenti del Trentino. “Almeno – prosegue il presidente – due generazioni di pesci sono state spazzate via. Non si può pescare nell’Avisio e nei suoi affluenti della Val di Fiemme per tutto il 2019, ma sono tante le zone colpite da questa situazione”.
Insomma, è necessario un piano straordinario di ripopolamento, un’attività che vede un contributo provinciale annuale di circa 600 mila euro tra coltivazione, manutenzionegestione e monitoraggio. “All’indomani della tempesta Vaia e dopo le elezioni – continua Finotti – abbiamo incontrato l’assessora Giulia Zanotelli e il servizio foreste e fauna insieme all’Unione per i pescatori. La preoccupazione era grande e siamo stati rassicurati, anche sulla legge sembra che si stia mantenendo fede alle promesse. Ma nel caso del ripopolamento serve una semina veramente straordinaria per fronteggiare i danni adeguatamente”. Se le prime risorse per le associazioni, quelle in conto capitale (l’altro dispositivo in favore dei pescatori), sono state deliberate per una cifra di 290 mila euro che poi vanno a coprire effettivamente circa il 20% dei bilanci delle associazioni, ancora poco però si muove sul fronte di quelle straordinarie, nulla sarebbe stato definito.

E l’ex assessore Michele Dallapiccola ha presentato un’interrogazione alla giunta. “L’impegno e il know how delle associazioni – dice il consigliere provinciale del Patt – costantemente in prima linea nelle attività gestionali e sociali legate al mondo della pesca, sono un valore fondamentale. A questo si aggiunge la presenza forte del volontariato“. E’ da anni che la Provincia ha investito su impianti ittici e su attività concordate e programmate con le associazioni per permette di allevare, coltivare e rilasciare nel sistema di acque provinciali un pesce di qualità adeguata per il grande valore ambientale del territorio, in particolare, la trota marmorata, la trota fario, latrota lacustre, il temolo, il salmerino alpino e il coregone lavarello. “Specie autoctone – aggiunge Dallapiccola – che hanno garantito la biodiversità in alveo, che unito alla pesca è riuscito ad arricchire il sistema ittico. E’ importante e urgente dare certezze al finanziamento in conto capitale e in quello straordinario per provare a recuperare la situazione dopo la tempesta Vaia. La richiesta è quella di fornire gli indirizzi amministrativi e finanziari per sostenere questo settore“.

Un altro nodo è quello delle portate dei fiumi. “In Val di Non per esempio non si può puntare esclusivamente sull’agricoltura a scapito di prati e boschi. Negli anni ’80 – conclude Finotti – si è passati dagli impianti a pioggia a quelli a goccia, ma il fabbisogno è aumentato in modo proporzionale rispetto alla produzione: le nuove varietà di mele poi consumano più acqua. A Pejo si spende 80 milioni per un bacino di raccolta e potrebbe ridurre del 50% il deflusso minimo vitale al Noce e agli altri torrenti, senza dimenticare i depuratori inFiemmeFassa Cembra che agiscono sull’Avisio. Tutto questo danneggia l’ecosistema e la fauna ittica soffre. Serve un ragionamento di sistema a 360 gradi”.

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GESTIONE ORSO: usciti dai gazebo i leghisti si accorgono di avere delle responsabilità.

Fugatti, uscito oggi dal gazebo, si è reso conto che rimuovere un orso è un operazione un po più difficile che banchettare a base della sua carne comperata in Slovenia e ci si è accorto che governare non è uno scherzo od un gioco ma ci sono responsabilità penali. Ci chiediamo però, quanto si è davvero accelerato fino ad ora su questa cosa? Possiamo accontentarci dell’impegno denunciato dall’assessora competente che afferma di aver spedito ben tre lettere al ministero? Ma in quanto tempo? E che fatica avrà mai fatto? Ora abbiamo sentito che una decisione arriverà forse la prossima settimana, ma era davvero necessario far passare tutto questo tempo e portare le persone alla esasperazione?

Continua ad essere di attualità la notizia di una nuova predazione da orso nelle Giudicarie anche se le scorribande di M49 fanno ormai fatica a conquistare le pagine dei giornali da tanto spesso si verificano. Intanto anche ieri è stata recuperata una bovina adulta di dimensioni importanti che il plantigrado ha predato nelle scorse ore.

Con una richiesta di accesso agli atti ho potuto evincere che in provincia complessivamente solo nei primi quattro mesi dell’anno sono già stati oltre 30 i capi predati. A mio modo di vedere ciò che sorprende più della ferocia dell’orso è tuttavia l’atteggiamento dell’attuale giunta.

Osservo infatti che questa amministrazione provinciale non è ancora stata in grado di assumersi con coraggio e responsabilità l’incarico e l’onere di dar seguito a ciò che la popolazione Trentina ha loro consegnato in termini di incarico post voto. In questi mesi infatti è sparito il confronto frontale laddove invece proprio perché siamo in un periodo di crisi, è a mio avviso necessario intensificare l’interazione con la parte più provata della popolazione. Mi riferisco in particolare a riunioni informative e di confronto rispetto alle quali la cancellazione della presentazione del rapporto orso è stata solo la punta dell’iceberg. Mai si sono tenute serate per affrontare, in maniera diretta, il tema dell’informazione e dell’approccio alla ineludibile coabitazione del territorio con i grandi carnivori. Manca inoltre il vero coraggio di affrontare il problema emettendo un’ordinanza esattamente come fece Il presidente Rossi. Per questo plantigrado, già a partire dallo scorso anno e dunque da un provvedimento iniziato dalla precedente giunta, sono stati fatti tutti i passi necessari per poter addivenire ad emettere un’ordinanza di cattura ai fini di captivazione. A questo punto Ministero ed Ispra vanno semplicemente informati poiché l’orso è già stato monitorato collarato dissuaso più e più volte controllato nella sua dannosità e dunque classificato come rimovibile ai sensi del PACOBACE.

Siamo consci che senza aggressioni all’uomo i termini e le premesse dell’ordinanza sono piuttosto “aggredibili” da un eventuale ricorso legale ma quanto e cosa deve sopportare ancora la Popolazione per giudicare questo insostenibile stato di cose?

Certo, affrontare la situazione da un  gazebo elettorale o dietro ad un palco in un ovattato teatro di valle dove ci si mette in semplice posizione di ascolto collettando problemi da annotare sulle pagine dei propri taccuini è molto più semplice che affrontare un pubblico inferocito con la necessità di dire la verità.

Ne sa qualcosa Il sottoscritto che ha invece affrontato seriamente questo problema per anni con l’aggravante di trovarsi in sala la controparte politica che oggi governa ma che allora aveva bisogno di assumersi responsabilità e dunque raccontava quelle bugie che oggi al governo non è in grado di trasformare in realtà: stride il cambio di atteggiamento di questo governo, lo ripeto ora che se ne è uscito dai gazebo.

Si facciano dei piani straordinari fatti di opere di prevenzione altrettanto straordinarie, si affronti con serietà l’informazione anche in modo frontale affinché la popolazione possa conoscere la realtà. Sì consideri che dare le colpe al ministro pentastellato Costa non porta a nulla visto che nemmeno il ben più determinato Salvini non ha mai preso una vera posizione contraria alla presenza di grandi carnivori sul nostro territorio. Ci avete fatto caso che il digital Ministro è solito postare invece la parte più poetica di questo stato di cose parlando di meravigliosi orsetti alternandoli a pietosi cani affidati alle cure dei canili?

Chi vive fuori dalle zone abitate dai grandi carnivori e vede una pecora o una vacca sbranate, più che con il “predatore cattivo”, se la prende con l’incauto contadino che non ha saputo proteggere i suoi animali. E a nulla valgono i nostri appelli nel dire che la questione è molto, molto più complicata perché pascolare decine di migliaia di ettari di malghe come facciamo noi da secoli, cercando di proteggere qualche bel migliaio di capi, è “leggermente” più complicato che chiudere galline in un pollaio per ripararle dalla volpe

L’astuto Capitano lo ha capito benissimo ma sa che l’opinione pubblica nazionale è prevalentemente orientata dallo spirito animalista ambientalista e sono assolutamente convinto che mai governo leghista verde o giallo che sia si assumerà la responsabilità di provvedimenti anche crudi e risoluti come la nostra popolazione chiederebbe.

In Trentino, per questa situazione dunque, ancora una volta siamo lasciati soli, basti riportare alla memoria il “caso Daniza”. A proposito, ricordo perfettamente un’allusiva conferenza stampa con tanto di maglietta verde riportante l’effigie di una pistola, dove i leghisti in un primo momento avevano provato a montare una piccola protesta pro-uccisione. In brevissimo tempo avevano riposto ogni velleità assistendo invece inermi, rifugiati e silenziosi alla furia mediatica che si stava  scatenando sul Trentino. L’allora governo provinciale che aveva invece deciso di prendere in mano la situazione assumendosi pesanti responsabilità guarda caso proprio con un’ordinanza di cattura fu lasciato assolutamente solo.

Si metta in campo dunque tutto quello che si può fare dalla rimozione alla prevenzione ma per una volta si esca dai gazebo e dagli slogan e si affronti la situazione guardandola in faccia e sopratutto accelerando rispetto a questo ritardo di assunzione di responsabilità.

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LA PROVINCIA AIUTI I PICCOLI CASEIFICI DI MONTAGNA: una mia interrogazione per stimolare la giunta!

Dal punto di vista organizzativo d’impresa, il sistema lattiero-caseario in Trentino si regge pressoché integralmente sul sistema cooperativo.

Molto ben strutturato, vede l’esistenza di un grande caseificio cooperativo provinciale che fonda il proprio core business su latte fresco e formaggi tipici, la Latte Trento, ed una serie di piccoli caseifici di Valle che invece hanno nelle specialità casearie e nella relazione col mondo dell’ospitalità il loro principale interesse commerciale. Vi è poi una realtà organizzativa di secondo livello per i formaggi trentini, il CONCAST, che gestisce prevalentemente il management di panna, siero e rete commerciale dei caseifici associati in particolare per il Trentingrana. Proprio quest’ultimo prodotto, interpretato con successo in provincia dal punto di vista del tipo di selezionatissima materia prima utilizzata, ha potuto dire la propria confrontandosi con realtà ben più strutturate dal punto di vista della tradizione di produzione.

Se da un lato dunque questo tipo di formaggio ci ha potuto dare grandi soddisfazioni commerciali dall’altra dobbiamo avere un occhio di riguardo proprio per i formaggi nostrani, specialmente di malga e cito il Vezzena a titolo di esempio, perchè possono maggiormente connotare la nostra identità produttiva.

Realtà molto complicata in quanto produrre formaggio in montagna costa davvero molto, molto più che in pianura. Poter garantire la “pulizia estetica” e la gestione del paesaggio per l’approvvigionamento di quel foraggio che serve per alimentare le vacche è infatti qui particolarmente dispendioso; certo si tratta di un impegno che tuttavia dal punto di vista paesaggistico ambientale produce un riverbero in termini di vantaggio anche su altri settori, primo fra tutti quello turistico.

E’ nel solco di questa considerazione che negli anni la provincia ha attivato politiche di sostentamento finanziario di queste realtà. Il meccanismo prevede che la fiscalità collettiva fortemente alimentata proprio anche dal comparto turistico ritorni al sistema zootecnico una parte di introito che permette a questo settore di compensare i maggiori costi di produzione.

Un intervento più che giustificato, tutto sommato semplice da capire, governato tuttavia da leggi economiche di profilo europeo che attraverso il meccanismo della regolazione degli aiuti alle imprese, limita la forma e l’entità dei finanziamenti agli allevatori.

È in quest’ottica che nello scorso mandato amministrativo si sono cercate di sviluppare forme di incentivo attraverso un sistema integrato di attività promozionali strettamente legate al mondo turistico come ad esempio la serie di eventi denominata “Latte in festa” o fin quando si è potuto mantenere attiva, l’iniziativa “montagna di latte” o ancora il sistema dei “contributi settoriali” per le azioni di pubblicità e promozione dei prodotti.

Insomma, le norme europee sono molto severe e difficili da comprendere e da digerire specie quando sono a nostro svantaggio ma a onor del vero è giusto riconoscere all’Europa il grande ruolo di ripiano di questi costi attraverso la PAC. I Fondi agricoli comunitari a questo servono e per i nostri allevatori sono ormai diventati parte integrante e sostanziale dei propri bilanci.

Con preoccupazione dunque, registriamo che almeno da quanto si sia fino ad ora potuto capire, non appaia esserci, a livello programmatico di giunta, ancora nessun segnale di come si voglia impostare la politica di sostentamento al piccoli caseifici di montagna. Eppure gli strumenti fin qui proposti hanno dato ottime performance al settore, sia per quanto riguarda gli incentivi alle imprese sia di ottimo gradimento per il pubblico per quanto riguarda i momenti di festa.

Tutto ciò premesso si interroga la Giunta

per sapere quali siano le sue intenzioni relative a politiche finanziarie e di indirizzo programmatico amministrativo che permettano specialmente ai piccoli caseifici di montagna di guardare ancora con fiducia al proprio futuro economico ed in particolare come si intenda procedere con il sistema dei cosiddetti “contributi settoriali per la promozione dei prodotti agricoli” con particolare riferimento al settore lattiero caseario.

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Riforma del Sistema trentino di promozione turistica, una nuova proposta

Negli scorsi 5 anni un’intensa attività di “intelligence” e frequentazione del territorio hanno stimolato l’assessorato al turismo a portare avanti delle riforme importanti. Tra tutte sicuramente quella portata avanti con una norma che ha avuto il merito di ridefinire almeno tre importanti punti: la centralità del settore turistico rispetto all’economia trentina, l’introduzione della messa a disposizione dei territori dell’intero raccolto della tassa di soggiorno  ritornato agli stessi (ed implementato fino ad oggi del 40 % circa) ed infine  l’introduzione della guest card come elemento di sistema. Il termine del mandato politico mi ha impedito di proporre una riforma del sistema della promozione ma non di aver portato a termine  l’ascolto, attraverso numerosissimi incontri, del nostro tessuto sociale ed economico. Tale operazione, lunga 5 anni ha fatto maturare in me delle convinzioni che ho voluto estrapolare in un disegno di legge volutamente di livello alto e complessivo che lascia al giusto ruolo della giunta il compito di definizione dei dettagli attraverso regolamenti e delibere attuative.

Questo disegno di legge si prefigge il compito di riformare il sistema della promozione turistica locale avvicinando i territori alla possibilità di valorizzare ancor più il proprio prodotto turistico inteso come insieme di trattative, strutture e servizi di una determinata destinazione turistica a servizio dei propri ospiti.
Il percorso proposto è quello che prevede l’individuazione di un numero di enti locali di promozione turistica in funzione di un attento rispetto dell’autonomia delle aree interessate e dell’omogeneità di prodotto turistico ad esse correlate.
Le modalità di esercizio di questa riforma dovrebbero partire con una logica “bottom-up”, sentito innanzitutto il parere degli enti locali, seguendo un percorso partecipato, stabilito da apposito regolamento di giunta provinciale e gestito e seguito dal competente assessorato. Questo processo dovrà risultare ampio e rispettoso dei tempi di ciascun soggetto interessato al fine di definire la riparametrazione dei confini, le modalità di individuazione del relativo riparto finanziario e l’organizzazione amministrativa dei nuovi soggetti.

In tal modo si prevede di riuscire ad essere ancora più incisivi nell’elaborazione di prodotti, di attività specifiche ma sopratutto d’informazione da offrire ai nostri clienti.
Per implementare l’economia di esercizio relativa alla comunicazione e a proposte organiche di esercizio – quali ad esempio funzione centralizzata acquisti o attività di indirizzo e formazione – si prevede di individuare organismi intermedi che tra il sistema di promozione locale e la Trentino Marketing abbiano la possibilità di effettuare azione di coordinamento e proposta.
La caratteristica pensata per connotare questi tavoli contemplerebbe l’analogia di prodotto e dunque risultebbero individuate almeno quattro unità d’esercizio.
– Economia e business: commercializzazione e attività di assistenza e indirizzo anche delle piccole e medie imprese;
– Neve ed inverno per lo sci ma non solo;
– Terra e belle stagioni per un territorio vissuto a piedi ed in bici;
– Cultura ed agroalimentare per un cibo che non nutre solo la mente.
Il disegno di legge prevede dunque di interessare l’intero territorio provinciale e le attuali APT e Consorzi Pro loco potranno omologare la propria ragione sociale con enormi vantaggi in termini di correttezza di apporti finanziari, semplificazione burocratica e rendicontazione amministrativa.

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Il Dolomiti commenta l’Interrogazione sul tema Drosofila (di Luca Andreazza)

In agricoltura c’è timore, la Drosophila pronta a rovinare i raccolti. Dallapiccola: ”Non ci sono risorse, la giunta aspetta l’assestamento di bilancio ma sarà tardi”

E’ dal 2009 che le coltivazioni di piccoli frutti registrano danni gravi e crescenti per il costante aumento di questo dittero. A fine anno in Svizzera potrebbe partire una sperimentazione che prevede l’utilizzo di un parassitoide per fronteggiare il moscerino della frutta. A Roma un documento si muove lentamente. Dallapiccola: “Avranno preso contatti con il governo ‘amico’ per accelerare?”

TRENTO. C’è un osservato speciale in agricoltura, la Drosophila suzukii, il moscerino che depone nei frutti maturi, dove si sviluppano le larve che li rendono non più commerciali. Ora sembra tutto tranquillo, le basse temperature e la pioggia di questi mesi hanno tenuto questo insetto in stato di quiescenza, praticamente inattivo. La situazione potrebbe però drasticamente cambiare da giugnoquando è attesa l’esplosione dell’estate. E questo fattore cambierebbe drasticamente il quadro: le alte temperature, unite al tasso di umidità, potrebbero costituire le condizioni ideali per la diffusione dell’insetto.

Un moscerino che può provocare ingentissimi danni alle coltivazioni della provincia e mettere in seria difficoltà soprattutto i coltivatori di piccoli frutti e ciliegie. Non solo, la Drosophila suzukii è, infatti, un parassita polifago che può attaccare tutte le specie frutticole e viticole per arrivare a distruggere anche l’80% della produzione di una pianta (fonte Dipartimento Ripartizione agricoltura della Provincia di Bolzano).

E’ dal 2009 che le coltivazioni di piccoli frutti registrano danni gravi e crescenti per il costante aumento di questo dittero. A fine anno in Svizzera potrebbe partire una sperimentazione che prevede l’utilizzo di un parassitoide per provare a fronteggiare il moscerino della frutta.

Il ricorso ad un imenottero asiatico è stato recentemente spiegato anche il 10 maggio scorso in un convegno a Padova e ripetuto la sera stessa a Baslega di Pinè. Un convegno per ipotizzare di liberare in campo aperto il parassitoide Ganapsis Brasiliensis. Il suo utilizzo e l’eventuale risultato per sconfiggere la Drosophila non è garantito e l’uso dell’imenottero asiatico aprirebbe poi altri discorsi sulla necessità di adattarsi a un nuovo insetto nell’ambiente.

Tra i metodi più efficaci e sicuri per bloccare il diffondersi della Drosphila resta quello delle reti. Un metodo che permette di mettere in sicurezza la pianta senza l’utilizzo di pesticidi e veleni. Un metodo, però, che al momento sembra poco praticabile in quanto per coprire tutti gli impianti sarebbero necessari ingenti investimenti e diversi anni.

Anche la Fondazione Mach si dedica allo sviluppo di soluzioni tecnicamente interessanti da poter proporre in Trentino per gestire questa criticità, mentre la Provincia sembrerebbe ferma, tanto che l’ex assessore Michele Dallapiccola ha presentato un’interrogazione per conoscere lo stato dell’arte e le misure che piazza Dante intende intraprendere per far fronte ai danneggiamenti provocati dalla Drosophila.

“A forza di tagli – commenta Dallapiccola – non ci sono risorse sulla Legge 4 e ancora non sono stati pubblicati i bandi per finanziare il ricorso alle reti come negli anni scorsi. Si ripete di aspettare l’assestamento di bilancio, ma questo allunga i tempi. L’aggiornamento della manovra economica avviene in luglio, se si pubblicano i bandi subito dopo si arriva a ottobre, ormai tardi, anche se potrebbero renderlo retroattivo”.

Ma il discorso è più generale. A Roma il consiglio dei ministri ha approvato un provvedimento per derogare al divieto di reintroduzione, introduzione e popolamento in natura di specie non autoctone nel territorio in caso di assenza di effetti negativi. Un documento che potrebbe sgomberare il campo all’uso dell’imenottero asiatico. La palla ora è in mano al premier Giuseppe Conte per il via libera e portare al presidente della Repubblica il dispositivo.

“Questo provvedimento si muove lentamente a Roma – prosegue il consigliere provinciale – ma mi chiedo se la giunta sia riuscita a prendere contatti di natura tecnica o politica con il governo amico‘ a livello nazionale per ottenere l’autorizzazione alla liberazione del parassitoide, così come quali informazioni sono in possesso della Provincia”.

Non solo, il consigliere provinciale del Patt chiede “quali provvedimenti – conclude Dallapiccola – intenda prendere l’assessorato e quali incentivi finanziari di sostegno sono stati predisposti per accompagnare il comparto agricolo del Trentino”.

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RAPPORTO AGRICOLTURA ISTAT 2018: su i costi ma il TRENTINO FA I MIGLIORI NUMERI D’ITALIA

Luci ed ombre dal rapporto agricoltura ISTAT 2018. Appare evidente infatti che gli andamenti relativi dei prezzi della produzione e dei consumi intermedi nel settore agricolo (ovvero i costi del settore) sono in aumento. Prendendo a riferimento un periodo molto ampio (2005-2018) i prezzi alla produzione sono cresciuti meno della metà di quelli dei ricavi, spinti dai rialzi dei prezzi di concimi, energia motrice e mangimi. Ciò ha generato una forbice tra la dinamica dei prezzi dell’input e dell’output di oltre 22 punti percentuali che ha determinato una contrazione dei margini di profitto dei produttori del settore. Nel 2018 i prezzi dei prodotti agricoli venduti sono aumentati solo dell’1,1% mentre quelli degli input intermedi sono cresciuti in misura molto più consistente (+3,9%). Questo andamento è comune a livello europeo: per l’Ue28 i prezzi dell’output sono aumentati dello 0,6% e quelli dell’input del 3,8%.

Fortunatamente a livello regionale sono aumentati il volume della produzione e il suo valore aggiunto. Le migliori performance sono state della Provincia Autonoma di Trento (+19,1% e +25,9%); a seguire il Lazio (+4,3% e +6,7%), l’Umbria (+3,7% e +6,7%), la Toscana (+3,7% e +4,9%) e il Veneto (+2,3% e +4,4%). I risultati più negativi si sono registrati invece per Calabria (-9,4% per il volume della produzione e -12,1% per il valore aggiunto), Molise (-2,6% e -2,3%), Sicilia (-2,6% e -4,2%) e Puglia (-1,0% tanto per il volume della produzione che per il valore aggiunto). I prezzi, misurati dal deflatore della produzione, sono cresciuti in misura moderata, con un aumento marcato solo nella provincia autonoma di Trento e in quella di Bolzano (incrementi superiori al 9,0%). Diminuzioni dei prezzi alla produzione hanno interessato soprattutto Lazio (-3,1%), Calabria (-2,6%) e Liguria.

Diversificazione, connessione col mondo del turismo, marketing e migliorata collaborazione dei settori pubblico e privato: sono questi a mio avviso i fattori che più hanno inciso nel determinare questi preziosi risultati.

Al link sotto trovate il rapporto completo:

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Comunicati Stampa

CARNE IN TRENTINO: CI POSSIAMO FIDARE!

Di carne rossa bovina proveniente da animali allevati localmente, in Trentino se ne trova sostanzialmente di due tipi:

– la prima, proviene dagli allevatori associati e deriva da vitelli che a tutti gli effetti sono incroci tra le varie razze da latte, da loro allevate, ed una razza da carne, il Blu belga. Tutti questi vitelli sono dunque destinati alla produzione di carne e si possono considerare un vero e proprio sottoprodotto della produzione del latte.

Mi spiego meglio: se io ho una vacca da latte alla quale desidero non dare progenie perché non è una vacca particolarmente produttiva, deciderò di non avere sue figlie in azienda e dunque per recuperarne parte della produttività,  per la sua gravidanza (atto necessario per avere il latte) utilizzerò una razza da carne. A tale scopo nel proprio centro di Toss in Val di Non, la Federazione produce anche il seme di Blu belga grazie al quale in Trentino nascono animali con carne migliore di quella della madre dalla quale derivano poiché le razze da latte non hanno nella qualità del muscolo il proprio punto di pregio.

– seconda modalità per produrre la carne, è praticata in Trentino da poche stalle poiché scarsamente remunerativa e dunque attinge interesse più nella passione che nel guadagno: è il cosiddetto metodo del ristallo.

Ci sono allevatori infatti che comprano i vitelloni dove è più interessante acquistare, prevalentemente Francia dove c’è una lunga tradizione di produzione di razze da carne, Charolaise, Limousine, Aubrac, nomi altisonanti per la cucina internazionale. Parliamo di animali di pura razza selezionati appunto per la qualità della fibra dei loro muscoli, dunque della loro carne, che hanno trascorso il loro primo anno di vita nelle ampie praterie della nostra Europa. Portati in Trentino trascorrono almeno 6 mesi nelle nostre stalle per arrivare al punto ottimale di sviluppo del proprio muscolo. In questo caso il controllo di filiera locale può avvenire negli ultimi sei mesi ma da veterinario confermo che dai più ampi studi in merito non esistono residui farmacologici reperibili in organismo vivente per un periodo superiore ai 180 giorni. Questo stato di cose è confermato ampiamente anche da EFSA, l’ente sanitario ufficiale di riferimento Comunitario. E’ per questo motivo che quando costruimmo il disciplinare qualità Trentino decidemmo di adottare questo termine come necessario e sufficiente per poter avere garanzie sulla qualità della carne.

Grazie al Marchio Qualità Trentino sulla Carne bovina così congegnato abbiamo dato ai trentini la possibilità di scegliere tra animali nati allevati in Trentino incrociati con le nostre vacche e anche di poter disporre di animali che pur non nati in Trentino sono qui onestamente allevati e portatori di carni pregiate selezionate specificatamente per la qualità della loro fibra e gusto alimentare.

Giusta o sbagliata questa è semplicemente una filosofia politica e chi amministra d’ora in poi farà legittimamente le sue scelte come è giusto. Non è giusto invece parlare di fregatura come ha fatto una persona che considero colta e preparata come il Presidente Fezzi a latere dell’assemblea della “sua “ Federazione perché colpisce chi lavora onestamente in maniera indipendente e ancora una volta rischia di portare la cooperazione a quel brutto stato di cose in cui si cerchi attraverso regole della politica di limitare il libero mercato e la possibilità di scelta del consumatore, fatto questo che anche chi è al governo oggi, ha in passato sempre denunciato.

Ritengo che nell’interesse collettivo, mondo del commercio e dei consumatori (sempre più attenti e consapevoli ) vadano lasciati dialogare permettendo un equilibrio tra le parti. Non a caso dunque un Gruppo molto attento alla sensibilità verso il prodotto locale come il Gruppo Poli ha permesso ai consumatori la possibilità di accedere alle carni allevate proprio dalla federazione allevatori con un lodevole progetto si affianca a quello del SAIT che sta proseguendo, tra i vari, un percorso di garanzia per quanto riguarda la carne. Ci sono poi delle Aziende Private che hanno organizzato una filiera certificata, chi rispettando il disciplinare Qualità Trentino, chi uno proprio (Vitello 4T) e le Macellerie di Montagna che riunite in associazione stanno operando molto bene con un proprio programma di qualità e marketing. Svolgono numerose iniziative, convegni, formazione, la serie di eventi (Trentino BBQ ad esempio), certificando che il mercato della carne in Trentino non è monopolio della sola Federazione.

Oggi dunque i consumatori possono stare tranquilli proprio perché per la carne esiste un marchio ombrello (Qualità Trentino) che garantisce per e su tutti.

Domani, qualora questo marchio fosse messo nelle mani della sola Federazione, la qualità sulla restante parte del mercato chi la potrebbe garantire più?

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