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Danni da tempesta Vaia. La Provincia sta ignorando lo stato di salute delle nostre acque

Riporto di seguito un ottimo pezzo del quotidiano IL DOLOMITI che riprende anche una mia interrogazione alla Giunta Provinciale.

Le dighe restano osservate speciali tra svasi e manutenzioni. I pescatori: ”Attenzione a Stramentizzo, pronti a tutto per evitare aperture”

In molti casi è necessario un intervento di manutenzione, già gli interventi in Vallarsa avevano causato diverse tensioni per gli svasi nel torrente Leno, mentre altre polemiche ci sono state per lo svaso della diga a Pezzè di Moena. Finotti: “Dopo Vaia perse due generazioni di pesci, serve un piano straordinario”. Dallapiccola interroga la giunta: “Quando la Provincia assegna le risorse per il ripopolamento?”

Di Luca Andreazza – 20 giugno 2019 – 06:01
TRENTO. “Piuttosto ci incateniamo sotto la diga che restare a guardare eventuali svasi della diga di Stramentizzo“, non usa giri di parole Mauro Finotti, presidente della Federazione della pesca, che accoglie 24 associazioni impegnate nel settore e rappresenta circa 4 mila pescatori. Tra gli osservati speciali dopo la tempesta Vaia dell’ottobre scorso ci sono, infatti, i bacini del Trentino, i quali a seguito della calamità sono state invase dai detriti.
In molti casi è necessario un intervento di manutenzione, già gli interventi in Vallarsa aveva causato diverse tensioni per gli svasi nel torrente Leno, che in un colpo solo aveva cambiato colore, mentre altre polemiche ci sono state per lo svaso della diga a Pezzè di Moena. Un tema quello degli svasi che è finito al centro di un’interrogazione di Filippo Degasperi, consigliere provinciale del Movimento 5 stelle, per i danni ambientali a seguito dello sversamento di fango e limo nei corsi d’acqua.
“Non sappiamo ancora i danni all’ecosistema – evidenzia il numero uno della Federazione della pesca – i campionamenti sono stati effettuati, ma ci vogliono mesi per avere i risultati. Il problema è di metodo: i controlli devono essere fatti da professionisti terzi e non da un tecnico incaricato dalla ditta proprietaria del bacino perché la conclusione è sempre quella che non è successo nulla. Servono regole chiare e precise, devono essere valutati metodi alternativi ai deflussi minimi vitali da addebitare ai produttori di energia”.
La situazione da cerchiare in rosso sarebbe soprattutto quella di Stramentizzo, anche perché parte dei fanghi sul fondo della diga contengono sostanze che sarebbero tossiche dopo il dramma di Stava. “Una spada di Damocle – commenta Finotti – non si conoscono ancora i piani e l’ultimo svaso decente risale a prima della tragedia di Stava. Se vengono rilasciate le acque si rischia di compromettere un ecosistema per 35 chilometri lungo l’Avisio, ci vorrebbe almeno mezzo secolo poi per riprendersi”.
E’ un danno poco evidente rispetto agli alberi schiantati e il paesaggio mutato in diverse porzioni del territorio, ma è comunque enorme quello subito dalla fauna ittica che popola i laghii fiumi e i torrenti del Trentino. “Almeno – prosegue il presidente – due generazioni di pesci sono state spazzate via. Non si può pescare nell’Avisio e nei suoi affluenti della Val di Fiemme per tutto il 2019, ma sono tante le zone colpite da questa situazione”.
Insomma, è necessario un piano straordinario di ripopolamento, un’attività che vede un contributo provinciale annuale di circa 600 mila euro tra coltivazione, manutenzionegestione e monitoraggio. “All’indomani della tempesta Vaia e dopo le elezioni – continua Finotti – abbiamo incontrato l’assessora Giulia Zanotelli e il servizio foreste e fauna insieme all’Unione per i pescatori. La preoccupazione era grande e siamo stati rassicurati, anche sulla legge sembra che si stia mantenendo fede alle promesse. Ma nel caso del ripopolamento serve una semina veramente straordinaria per fronteggiare i danni adeguatamente”. Se le prime risorse per le associazioni, quelle in conto capitale (l’altro dispositivo in favore dei pescatori), sono state deliberate per una cifra di 290 mila euro che poi vanno a coprire effettivamente circa il 20% dei bilanci delle associazioni, ancora poco però si muove sul fronte di quelle straordinarie, nulla sarebbe stato definito.

E l’ex assessore Michele Dallapiccola ha presentato un’interrogazione alla giunta. “L’impegno e il know how delle associazioni – dice il consigliere provinciale del Patt – costantemente in prima linea nelle attività gestionali e sociali legate al mondo della pesca, sono un valore fondamentale. A questo si aggiunge la presenza forte del volontariato“. E’ da anni che la Provincia ha investito su impianti ittici e su attività concordate e programmate con le associazioni per permette di allevare, coltivare e rilasciare nel sistema di acque provinciali un pesce di qualità adeguata per il grande valore ambientale del territorio, in particolare, la trota marmorata, la trota fario, latrota lacustre, il temolo, il salmerino alpino e il coregone lavarello. “Specie autoctone – aggiunge Dallapiccola – che hanno garantito la biodiversità in alveo, che unito alla pesca è riuscito ad arricchire il sistema ittico. E’ importante e urgente dare certezze al finanziamento in conto capitale e in quello straordinario per provare a recuperare la situazione dopo la tempesta Vaia. La richiesta è quella di fornire gli indirizzi amministrativi e finanziari per sostenere questo settore“.

Un altro nodo è quello delle portate dei fiumi. “In Val di Non per esempio non si può puntare esclusivamente sull’agricoltura a scapito di prati e boschi. Negli anni ’80 – conclude Finotti – si è passati dagli impianti a pioggia a quelli a goccia, ma il fabbisogno è aumentato in modo proporzionale rispetto alla produzione: le nuove varietà di mele poi consumano più acqua. A Pejo si spende 80 milioni per un bacino di raccolta e potrebbe ridurre del 50% il deflusso minimo vitale al Noce e agli altri torrenti, senza dimenticare i depuratori inFiemmeFassa Cembra che agiscono sull’Avisio. Tutto questo danneggia l’ecosistema e la fauna ittica soffre. Serve un ragionamento di sistema a 360 gradi”.

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GESTIONE ORSO: usciti dai gazebo i leghisti si accorgono di avere delle responsabilità.

Fugatti, uscito oggi dal gazebo, si è reso conto che rimuovere un orso è un operazione un po più difficile che banchettare a base della sua carne comperata in Slovenia e ci si è accorto che governare non è uno scherzo od un gioco ma ci sono responsabilità penali. Ci chiediamo però, quanto si è davvero accelerato fino ad ora su questa cosa? Possiamo accontentarci dell’impegno denunciato dall’assessora competente che afferma di aver spedito ben tre lettere al ministero? Ma in quanto tempo? E che fatica avrà mai fatto? Ora abbiamo sentito che una decisione arriverà forse la prossima settimana, ma era davvero necessario far passare tutto questo tempo e portare le persone alla esasperazione?

Continua ad essere di attualità la notizia di una nuova predazione da orso nelle Giudicarie anche se le scorribande di M49 fanno ormai fatica a conquistare le pagine dei giornali da tanto spesso si verificano. Intanto anche ieri è stata recuperata una bovina adulta di dimensioni importanti che il plantigrado ha predato nelle scorse ore.

Con una richiesta di accesso agli atti ho potuto evincere che in provincia complessivamente solo nei primi quattro mesi dell’anno sono già stati oltre 30 i capi predati. A mio modo di vedere ciò che sorprende più della ferocia dell’orso è tuttavia l’atteggiamento dell’attuale giunta.

Osservo infatti che questa amministrazione provinciale non è ancora stata in grado di assumersi con coraggio e responsabilità l’incarico e l’onere di dar seguito a ciò che la popolazione Trentina ha loro consegnato in termini di incarico post voto. In questi mesi infatti è sparito il confronto frontale laddove invece proprio perché siamo in un periodo di crisi, è a mio avviso necessario intensificare l’interazione con la parte più provata della popolazione. Mi riferisco in particolare a riunioni informative e di confronto rispetto alle quali la cancellazione della presentazione del rapporto orso è stata solo la punta dell’iceberg. Mai si sono tenute serate per affrontare, in maniera diretta, il tema dell’informazione e dell’approccio alla ineludibile coabitazione del territorio con i grandi carnivori. Manca inoltre il vero coraggio di affrontare il problema emettendo un’ordinanza esattamente come fece Il presidente Rossi. Per questo plantigrado, già a partire dallo scorso anno e dunque da un provvedimento iniziato dalla precedente giunta, sono stati fatti tutti i passi necessari per poter addivenire ad emettere un’ordinanza di cattura ai fini di captivazione. A questo punto Ministero ed Ispra vanno semplicemente informati poiché l’orso è già stato monitorato collarato dissuaso più e più volte controllato nella sua dannosità e dunque classificato come rimovibile ai sensi del PACOBACE.

Siamo consci che senza aggressioni all’uomo i termini e le premesse dell’ordinanza sono piuttosto “aggredibili” da un eventuale ricorso legale ma quanto e cosa deve sopportare ancora la Popolazione per giudicare questo insostenibile stato di cose?

Certo, affrontare la situazione da un  gazebo elettorale o dietro ad un palco in un ovattato teatro di valle dove ci si mette in semplice posizione di ascolto collettando problemi da annotare sulle pagine dei propri taccuini è molto più semplice che affrontare un pubblico inferocito con la necessità di dire la verità.

Ne sa qualcosa Il sottoscritto che ha invece affrontato seriamente questo problema per anni con l’aggravante di trovarsi in sala la controparte politica che oggi governa ma che allora aveva bisogno di assumersi responsabilità e dunque raccontava quelle bugie che oggi al governo non è in grado di trasformare in realtà: stride il cambio di atteggiamento di questo governo, lo ripeto ora che se ne è uscito dai gazebo.

Si facciano dei piani straordinari fatti di opere di prevenzione altrettanto straordinarie, si affronti con serietà l’informazione anche in modo frontale affinché la popolazione possa conoscere la realtà. Sì consideri che dare le colpe al ministro pentastellato Costa non porta a nulla visto che nemmeno il ben più determinato Salvini non ha mai preso una vera posizione contraria alla presenza di grandi carnivori sul nostro territorio. Ci avete fatto caso che il digital Ministro è solito postare invece la parte più poetica di questo stato di cose parlando di meravigliosi orsetti alternandoli a pietosi cani affidati alle cure dei canili?

Chi vive fuori dalle zone abitate dai grandi carnivori e vede una pecora o una vacca sbranate, più che con il “predatore cattivo”, se la prende con l’incauto contadino che non ha saputo proteggere i suoi animali. E a nulla valgono i nostri appelli nel dire che la questione è molto, molto più complicata perché pascolare decine di migliaia di ettari di malghe come facciamo noi da secoli, cercando di proteggere qualche bel migliaio di capi, è “leggermente” più complicato che chiudere galline in un pollaio per ripararle dalla volpe

L’astuto Capitano lo ha capito benissimo ma sa che l’opinione pubblica nazionale è prevalentemente orientata dallo spirito animalista ambientalista e sono assolutamente convinto che mai governo leghista verde o giallo che sia si assumerà la responsabilità di provvedimenti anche crudi e risoluti come la nostra popolazione chiederebbe.

In Trentino, per questa situazione dunque, ancora una volta siamo lasciati soli, basti riportare alla memoria il “caso Daniza”. A proposito, ricordo perfettamente un’allusiva conferenza stampa con tanto di maglietta verde riportante l’effigie di una pistola, dove i leghisti in un primo momento avevano provato a montare una piccola protesta pro-uccisione. In brevissimo tempo avevano riposto ogni velleità assistendo invece inermi, rifugiati e silenziosi alla furia mediatica che si stava  scatenando sul Trentino. L’allora governo provinciale che aveva invece deciso di prendere in mano la situazione assumendosi pesanti responsabilità guarda caso proprio con un’ordinanza di cattura fu lasciato assolutamente solo.

Si metta in campo dunque tutto quello che si può fare dalla rimozione alla prevenzione ma per una volta si esca dai gazebo e dagli slogan e si affronti la situazione guardandola in faccia e sopratutto accelerando rispetto a questo ritardo di assunzione di responsabilità.

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LA PROVINCIA AIUTI I PICCOLI CASEIFICI DI MONTAGNA: una mia interrogazione per stimolare la giunta!

Dal punto di vista organizzativo d’impresa, il sistema lattiero-caseario in Trentino si regge pressoché integralmente sul sistema cooperativo.

Molto ben strutturato, vede l’esistenza di un grande caseificio cooperativo provinciale che fonda il proprio core business su latte fresco e formaggi tipici, la Latte Trento, ed una serie di piccoli caseifici di Valle che invece hanno nelle specialità casearie e nella relazione col mondo dell’ospitalità il loro principale interesse commerciale. Vi è poi una realtà organizzativa di secondo livello per i formaggi trentini, il CONCAST, che gestisce prevalentemente il management di panna, siero e rete commerciale dei caseifici associati in particolare per il Trentingrana. Proprio quest’ultimo prodotto, interpretato con successo in provincia dal punto di vista del tipo di selezionatissima materia prima utilizzata, ha potuto dire la propria confrontandosi con realtà ben più strutturate dal punto di vista della tradizione di produzione.

Se da un lato dunque questo tipo di formaggio ci ha potuto dare grandi soddisfazioni commerciali dall’altra dobbiamo avere un occhio di riguardo proprio per i formaggi nostrani, specialmente di malga e cito il Vezzena a titolo di esempio, perchè possono maggiormente connotare la nostra identità produttiva.

Realtà molto complicata in quanto produrre formaggio in montagna costa davvero molto, molto più che in pianura. Poter garantire la “pulizia estetica” e la gestione del paesaggio per l’approvvigionamento di quel foraggio che serve per alimentare le vacche è infatti qui particolarmente dispendioso; certo si tratta di un impegno che tuttavia dal punto di vista paesaggistico ambientale produce un riverbero in termini di vantaggio anche su altri settori, primo fra tutti quello turistico.

E’ nel solco di questa considerazione che negli anni la provincia ha attivato politiche di sostentamento finanziario di queste realtà. Il meccanismo prevede che la fiscalità collettiva fortemente alimentata proprio anche dal comparto turistico ritorni al sistema zootecnico una parte di introito che permette a questo settore di compensare i maggiori costi di produzione.

Un intervento più che giustificato, tutto sommato semplice da capire, governato tuttavia da leggi economiche di profilo europeo che attraverso il meccanismo della regolazione degli aiuti alle imprese, limita la forma e l’entità dei finanziamenti agli allevatori.

È in quest’ottica che nello scorso mandato amministrativo si sono cercate di sviluppare forme di incentivo attraverso un sistema integrato di attività promozionali strettamente legate al mondo turistico come ad esempio la serie di eventi denominata “Latte in festa” o fin quando si è potuto mantenere attiva, l’iniziativa “montagna di latte” o ancora il sistema dei “contributi settoriali” per le azioni di pubblicità e promozione dei prodotti.

Insomma, le norme europee sono molto severe e difficili da comprendere e da digerire specie quando sono a nostro svantaggio ma a onor del vero è giusto riconoscere all’Europa il grande ruolo di ripiano di questi costi attraverso la PAC. I Fondi agricoli comunitari a questo servono e per i nostri allevatori sono ormai diventati parte integrante e sostanziale dei propri bilanci.

Con preoccupazione dunque, registriamo che almeno da quanto si sia fino ad ora potuto capire, non appaia esserci, a livello programmatico di giunta, ancora nessun segnale di come si voglia impostare la politica di sostentamento al piccoli caseifici di montagna. Eppure gli strumenti fin qui proposti hanno dato ottime performance al settore, sia per quanto riguarda gli incentivi alle imprese sia di ottimo gradimento per il pubblico per quanto riguarda i momenti di festa.

Tutto ciò premesso si interroga la Giunta

per sapere quali siano le sue intenzioni relative a politiche finanziarie e di indirizzo programmatico amministrativo che permettano specialmente ai piccoli caseifici di montagna di guardare ancora con fiducia al proprio futuro economico ed in particolare come si intenda procedere con il sistema dei cosiddetti “contributi settoriali per la promozione dei prodotti agricoli” con particolare riferimento al settore lattiero caseario.

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Riforma del Sistema trentino di promozione turistica, una nuova proposta

Negli scorsi 5 anni un’intensa attività di “intelligence” e frequentazione del territorio hanno stimolato l’assessorato al turismo a portare avanti delle riforme importanti. Tra tutte sicuramente quella portata avanti con una norma che ha avuto il merito di ridefinire almeno tre importanti punti: la centralità del settore turistico rispetto all’economia trentina, l’introduzione della messa a disposizione dei territori dell’intero raccolto della tassa di soggiorno  ritornato agli stessi (ed implementato fino ad oggi del 40 % circa) ed infine  l’introduzione della guest card come elemento di sistema. Il termine del mandato politico mi ha impedito di proporre una riforma del sistema della promozione ma non di aver portato a termine  l’ascolto, attraverso numerosissimi incontri, del nostro tessuto sociale ed economico. Tale operazione, lunga 5 anni ha fatto maturare in me delle convinzioni che ho voluto estrapolare in un disegno di legge volutamente di livello alto e complessivo che lascia al giusto ruolo della giunta il compito di definizione dei dettagli attraverso regolamenti e delibere attuative.

Questo disegno di legge si prefigge il compito di riformare il sistema della promozione turistica locale avvicinando i territori alla possibilità di valorizzare ancor più il proprio prodotto turistico inteso come insieme di trattative, strutture e servizi di una determinata destinazione turistica a servizio dei propri ospiti.
Il percorso proposto è quello che prevede l’individuazione di un numero di enti locali di promozione turistica in funzione di un attento rispetto dell’autonomia delle aree interessate e dell’omogeneità di prodotto turistico ad esse correlate.
Le modalità di esercizio di questa riforma dovrebbero partire con una logica “bottom-up”, sentito innanzitutto il parere degli enti locali, seguendo un percorso partecipato, stabilito da apposito regolamento di giunta provinciale e gestito e seguito dal competente assessorato. Questo processo dovrà risultare ampio e rispettoso dei tempi di ciascun soggetto interessato al fine di definire la riparametrazione dei confini, le modalità di individuazione del relativo riparto finanziario e l’organizzazione amministrativa dei nuovi soggetti.

In tal modo si prevede di riuscire ad essere ancora più incisivi nell’elaborazione di prodotti, di attività specifiche ma sopratutto d’informazione da offrire ai nostri clienti.
Per implementare l’economia di esercizio relativa alla comunicazione e a proposte organiche di esercizio – quali ad esempio funzione centralizzata acquisti o attività di indirizzo e formazione – si prevede di individuare organismi intermedi che tra il sistema di promozione locale e la Trentino Marketing abbiano la possibilità di effettuare azione di coordinamento e proposta.
La caratteristica pensata per connotare questi tavoli contemplerebbe l’analogia di prodotto e dunque risultebbero individuate almeno quattro unità d’esercizio.
– Economia e business: commercializzazione e attività di assistenza e indirizzo anche delle piccole e medie imprese;
– Neve ed inverno per lo sci ma non solo;
– Terra e belle stagioni per un territorio vissuto a piedi ed in bici;
– Cultura ed agroalimentare per un cibo che non nutre solo la mente.
Il disegno di legge prevede dunque di interessare l’intero territorio provinciale e le attuali APT e Consorzi Pro loco potranno omologare la propria ragione sociale con enormi vantaggi in termini di correttezza di apporti finanziari, semplificazione burocratica e rendicontazione amministrativa.

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Il Dolomiti commenta l’Interrogazione sul tema Drosofila (di Luca Andreazza)

In agricoltura c’è timore, la Drosophila pronta a rovinare i raccolti. Dallapiccola: ”Non ci sono risorse, la giunta aspetta l’assestamento di bilancio ma sarà tardi”

E’ dal 2009 che le coltivazioni di piccoli frutti registrano danni gravi e crescenti per il costante aumento di questo dittero. A fine anno in Svizzera potrebbe partire una sperimentazione che prevede l’utilizzo di un parassitoide per fronteggiare il moscerino della frutta. A Roma un documento si muove lentamente. Dallapiccola: “Avranno preso contatti con il governo ‘amico’ per accelerare?”

TRENTO. C’è un osservato speciale in agricoltura, la Drosophila suzukii, il moscerino che depone nei frutti maturi, dove si sviluppano le larve che li rendono non più commerciali. Ora sembra tutto tranquillo, le basse temperature e la pioggia di questi mesi hanno tenuto questo insetto in stato di quiescenza, praticamente inattivo. La situazione potrebbe però drasticamente cambiare da giugnoquando è attesa l’esplosione dell’estate. E questo fattore cambierebbe drasticamente il quadro: le alte temperature, unite al tasso di umidità, potrebbero costituire le condizioni ideali per la diffusione dell’insetto.

Un moscerino che può provocare ingentissimi danni alle coltivazioni della provincia e mettere in seria difficoltà soprattutto i coltivatori di piccoli frutti e ciliegie. Non solo, la Drosophila suzukii è, infatti, un parassita polifago che può attaccare tutte le specie frutticole e viticole per arrivare a distruggere anche l’80% della produzione di una pianta (fonte Dipartimento Ripartizione agricoltura della Provincia di Bolzano).

E’ dal 2009 che le coltivazioni di piccoli frutti registrano danni gravi e crescenti per il costante aumento di questo dittero. A fine anno in Svizzera potrebbe partire una sperimentazione che prevede l’utilizzo di un parassitoide per provare a fronteggiare il moscerino della frutta.

Il ricorso ad un imenottero asiatico è stato recentemente spiegato anche il 10 maggio scorso in un convegno a Padova e ripetuto la sera stessa a Baslega di Pinè. Un convegno per ipotizzare di liberare in campo aperto il parassitoide Ganapsis Brasiliensis. Il suo utilizzo e l’eventuale risultato per sconfiggere la Drosophila non è garantito e l’uso dell’imenottero asiatico aprirebbe poi altri discorsi sulla necessità di adattarsi a un nuovo insetto nell’ambiente.

Tra i metodi più efficaci e sicuri per bloccare il diffondersi della Drosphila resta quello delle reti. Un metodo che permette di mettere in sicurezza la pianta senza l’utilizzo di pesticidi e veleni. Un metodo, però, che al momento sembra poco praticabile in quanto per coprire tutti gli impianti sarebbero necessari ingenti investimenti e diversi anni.

Anche la Fondazione Mach si dedica allo sviluppo di soluzioni tecnicamente interessanti da poter proporre in Trentino per gestire questa criticità, mentre la Provincia sembrerebbe ferma, tanto che l’ex assessore Michele Dallapiccola ha presentato un’interrogazione per conoscere lo stato dell’arte e le misure che piazza Dante intende intraprendere per far fronte ai danneggiamenti provocati dalla Drosophila.

“A forza di tagli – commenta Dallapiccola – non ci sono risorse sulla Legge 4 e ancora non sono stati pubblicati i bandi per finanziare il ricorso alle reti come negli anni scorsi. Si ripete di aspettare l’assestamento di bilancio, ma questo allunga i tempi. L’aggiornamento della manovra economica avviene in luglio, se si pubblicano i bandi subito dopo si arriva a ottobre, ormai tardi, anche se potrebbero renderlo retroattivo”.

Ma il discorso è più generale. A Roma il consiglio dei ministri ha approvato un provvedimento per derogare al divieto di reintroduzione, introduzione e popolamento in natura di specie non autoctone nel territorio in caso di assenza di effetti negativi. Un documento che potrebbe sgomberare il campo all’uso dell’imenottero asiatico. La palla ora è in mano al premier Giuseppe Conte per il via libera e portare al presidente della Repubblica il dispositivo.

“Questo provvedimento si muove lentamente a Roma – prosegue il consigliere provinciale – ma mi chiedo se la giunta sia riuscita a prendere contatti di natura tecnica o politica con il governo amico‘ a livello nazionale per ottenere l’autorizzazione alla liberazione del parassitoide, così come quali informazioni sono in possesso della Provincia”.

Non solo, il consigliere provinciale del Patt chiede “quali provvedimenti – conclude Dallapiccola – intenda prendere l’assessorato e quali incentivi finanziari di sostegno sono stati predisposti per accompagnare il comparto agricolo del Trentino”.

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RAPPORTO AGRICOLTURA ISTAT 2018: su i costi ma il TRENTINO FA I MIGLIORI NUMERI D’ITALIA

Luci ed ombre dal rapporto agricoltura ISTAT 2018. Appare evidente infatti che gli andamenti relativi dei prezzi della produzione e dei consumi intermedi nel settore agricolo (ovvero i costi del settore) sono in aumento. Prendendo a riferimento un periodo molto ampio (2005-2018) i prezzi alla produzione sono cresciuti meno della metà di quelli dei ricavi, spinti dai rialzi dei prezzi di concimi, energia motrice e mangimi. Ciò ha generato una forbice tra la dinamica dei prezzi dell’input e dell’output di oltre 22 punti percentuali che ha determinato una contrazione dei margini di profitto dei produttori del settore. Nel 2018 i prezzi dei prodotti agricoli venduti sono aumentati solo dell’1,1% mentre quelli degli input intermedi sono cresciuti in misura molto più consistente (+3,9%). Questo andamento è comune a livello europeo: per l’Ue28 i prezzi dell’output sono aumentati dello 0,6% e quelli dell’input del 3,8%.

Fortunatamente a livello regionale sono aumentati il volume della produzione e il suo valore aggiunto. Le migliori performance sono state della Provincia Autonoma di Trento (+19,1% e +25,9%); a seguire il Lazio (+4,3% e +6,7%), l’Umbria (+3,7% e +6,7%), la Toscana (+3,7% e +4,9%) e il Veneto (+2,3% e +4,4%). I risultati più negativi si sono registrati invece per Calabria (-9,4% per il volume della produzione e -12,1% per il valore aggiunto), Molise (-2,6% e -2,3%), Sicilia (-2,6% e -4,2%) e Puglia (-1,0% tanto per il volume della produzione che per il valore aggiunto). I prezzi, misurati dal deflatore della produzione, sono cresciuti in misura moderata, con un aumento marcato solo nella provincia autonoma di Trento e in quella di Bolzano (incrementi superiori al 9,0%). Diminuzioni dei prezzi alla produzione hanno interessato soprattutto Lazio (-3,1%), Calabria (-2,6%) e Liguria.

Diversificazione, connessione col mondo del turismo, marketing e migliorata collaborazione dei settori pubblico e privato: sono questi a mio avviso i fattori che più hanno inciso nel determinare questi preziosi risultati.

Al link sotto trovate il rapporto completo:

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CARNE IN TRENTINO: CI POSSIAMO FIDARE!

Di carne rossa bovina proveniente da animali allevati localmente, in Trentino se ne trova sostanzialmente di due tipi:

– la prima, proviene dagli allevatori associati e deriva da vitelli che a tutti gli effetti sono incroci tra le varie razze da latte, da loro allevate, ed una razza da carne, il Blu belga. Tutti questi vitelli sono dunque destinati alla produzione di carne e si possono considerare un vero e proprio sottoprodotto della produzione del latte.

Mi spiego meglio: se io ho una vacca da latte alla quale desidero non dare progenie perché non è una vacca particolarmente produttiva, deciderò di non avere sue figlie in azienda e dunque per recuperarne parte della produttività,  per la sua gravidanza (atto necessario per avere il latte) utilizzerò una razza da carne. A tale scopo nel proprio centro di Toss in Val di Non, la Federazione produce anche il seme di Blu belga grazie al quale in Trentino nascono animali con carne migliore di quella della madre dalla quale derivano poiché le razze da latte non hanno nella qualità del muscolo il proprio punto di pregio.

– seconda modalità per produrre la carne, è praticata in Trentino da poche stalle poiché scarsamente remunerativa e dunque attinge interesse più nella passione che nel guadagno: è il cosiddetto metodo del ristallo.

Ci sono allevatori infatti che comprano i vitelloni dove è più interessante acquistare, prevalentemente Francia dove c’è una lunga tradizione di produzione di razze da carne, Charolaise, Limousine, Aubrac, nomi altisonanti per la cucina internazionale. Parliamo di animali di pura razza selezionati appunto per la qualità della fibra dei loro muscoli, dunque della loro carne, che hanno trascorso il loro primo anno di vita nelle ampie praterie della nostra Europa. Portati in Trentino trascorrono almeno 6 mesi nelle nostre stalle per arrivare al punto ottimale di sviluppo del proprio muscolo. In questo caso il controllo di filiera locale può avvenire negli ultimi sei mesi ma da veterinario confermo che dai più ampi studi in merito non esistono residui farmacologici reperibili in organismo vivente per un periodo superiore ai 180 giorni. Questo stato di cose è confermato ampiamente anche da EFSA, l’ente sanitario ufficiale di riferimento Comunitario. E’ per questo motivo che quando costruimmo il disciplinare qualità Trentino decidemmo di adottare questo termine come necessario e sufficiente per poter avere garanzie sulla qualità della carne.

Grazie al Marchio Qualità Trentino sulla Carne bovina così congegnato abbiamo dato ai trentini la possibilità di scegliere tra animali nati allevati in Trentino incrociati con le nostre vacche e anche di poter disporre di animali che pur non nati in Trentino sono qui onestamente allevati e portatori di carni pregiate selezionate specificatamente per la qualità della loro fibra e gusto alimentare.

Giusta o sbagliata questa è semplicemente una filosofia politica e chi amministra d’ora in poi farà legittimamente le sue scelte come è giusto. Non è giusto invece parlare di fregatura come ha fatto una persona che considero colta e preparata come il Presidente Fezzi a latere dell’assemblea della “sua “ Federazione perché colpisce chi lavora onestamente in maniera indipendente e ancora una volta rischia di portare la cooperazione a quel brutto stato di cose in cui si cerchi attraverso regole della politica di limitare il libero mercato e la possibilità di scelta del consumatore, fatto questo che anche chi è al governo oggi, ha in passato sempre denunciato.

Ritengo che nell’interesse collettivo, mondo del commercio e dei consumatori (sempre più attenti e consapevoli ) vadano lasciati dialogare permettendo un equilibrio tra le parti. Non a caso dunque un Gruppo molto attento alla sensibilità verso il prodotto locale come il Gruppo Poli ha permesso ai consumatori la possibilità di accedere alle carni allevate proprio dalla federazione allevatori con un lodevole progetto si affianca a quello del SAIT che sta proseguendo, tra i vari, un percorso di garanzia per quanto riguarda la carne. Ci sono poi delle Aziende Private che hanno organizzato una filiera certificata, chi rispettando il disciplinare Qualità Trentino, chi uno proprio (Vitello 4T) e le Macellerie di Montagna che riunite in associazione stanno operando molto bene con un proprio programma di qualità e marketing. Svolgono numerose iniziative, convegni, formazione, la serie di eventi (Trentino BBQ ad esempio), certificando che il mercato della carne in Trentino non è monopolio della sola Federazione.

Oggi dunque i consumatori possono stare tranquilli proprio perché per la carne esiste un marchio ombrello (Qualità Trentino) che garantisce per e su tutti.

Domani, qualora questo marchio fosse messo nelle mani della sola Federazione, la qualità sulla restante parte del mercato chi la potrebbe garantire più?

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Da “IL DOLOMITI”: Grandi carnivori, la Lega vuol battere un colpo: nel mirino M49. Lavori in corso al Casteller? Dallapiccola: ”Catturare un lupo? In Toscana è stato un fallimento”

Riproduzione dal quotidiano “IL DOLOMITI”. Quella del Casteller è una zona destinata agli orsi problematici e attualmente l’ospite è Dj3, terza figlia di Daniza, entrata nella black list perché considerata troppo confidente. Sarebbero stati vani gli sforzi per catturare un lupo: “Sono patrimonio indisponibile dello Stato e dopo bisogna liberarli”

Di Luca Andreazza – 28 aprile 2019 – 06:01

 

Quella del Casteller è una zona destinata agli orsi problematici e attualmente l’ospite è Dj3, terza figlia di Daniza, entrata nella black list perché considerata troppo confidente: dopo il letargo si era, infatti, resa protagonista di diverse predazioni, sempre nelle Giudicarie. E’ lì dal 2011 a gironzolare in 8 ettari, più o meno 8 campi da calcio. A breve potrebbe avere compagnia.

Ora arriva l’estate e ci saranno giocoforza alcune predazioni. Dati alla mano, quelli del rapporto grandi carnivori che l’assessora Giulia Zanotelli si è rifiutata di presentare nella classica serata di informazione, i danni arrecati da lupi e orsi ammontano a poco più di 170 mila euro complessivamente. Questi gli indennizzi che gli uffici di piazza Dante hanno liquidato nel 2018 (Qui articolo). Insomma, non è ancora un’emergenza.

I provvedimenti della nuova giunta di centrodestra? Non pervenuti. Nonostante l’aver costruito, anche, intorno a questo argomento una campagna elettorale, i fatti non sono ancora arrivati. E la Lega inizierebbe a boccheggiare alla ricerca di un’azione “eclatante“, una sorta di “Ve l’avevamo detto che la musica sarebbe cambiata” anche perché al momento dal ministro Costa sono arrivate solo delusioni per Fugatti e Zanotelli (Qui articoloe anche Salvini dopo un’iniziale apertura (una circolare era stata interpretata a livello mediatico come un ”via libera alle uccisioni”) che aveva entusiasmato proprio l’assessora trentina all’agricoltura, in realtà ha dovuto poi fare molti passi indietro (la circolare non spostava nessun equilibrio come vi avevamo raccontato Qui articolo).

Ad oggi l’amministrazione ha gridato “al lupo, al lupo”. Tanti proclami, la convocazione del comitato di ordine pubblico e l’effetto boomerang a livello nazionaleun botta e risposta in quel di Ala (Qui articolo), il coinvolgimento della polizia locale, poche idee e ben confuse (Qui articolo).

Si è fatto pochissimo, nessun lupo catturato e intanto il letargo dell’orso è finito, il plantigrado è sicuramente più facile da prendere perché munito di radiocollare. Si aspetterebbe solo la prima occasione utile. Poi se dovesse capitare un lupo, la giunta non si lamenterebbe. Una missione però ben più difficile, i tentativi sarebbero stati vani finora.

“E’ molto complicato prendere questi animali per diverse ragioni. In Toscana – commenta l’ex assessore Michele Dallapiccola – dove si stimano circa 109 branchi hanno speso circa 2 milioni di euro per catturare una ventina di esemplari. Sono riusciti a mettere nei recinti meno di dieci lupi, solo quelli ibridi perché gli altri sono patrimonio indisponibile dello Stato e hanno dovuto liberarli”.

Nel 97% dei casi alla denuncia di danno è seguito un sopralluogo del personale forestale, che ha redatto il verbale di accertamento. Nel 2018 sono stati accertati 222 danni da grandi carnivori (nel 2017 erano stati 216) dei quali 157 da orso e 65 da lupo, mentre la lince resta a quota zero.

E per catturare un orso o un lupo la Provincia dovrà scendere a patti con Ispra. “E non sarà facile – evidenzia il consigliere provinciale del Patt – la nuova giunta ha rifiutato tutte le prescrizioni richieste dall’ente sulle regole per la caccia. In materia grandi carnivori il punto di riferimento è proprio Ispra, senza dimenticare che il ministro Sergio Costa in linea di massima è contrario a queste pratiche, mentre il vice premier Matteo Salvini è abbastanza ambiguo sul tema, molto sfuggente”.

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Comunicati Stampa

Ricetta elettronica e marchio Qualità TRENTINO. Qual’è il collegamento a beneficio dei consumatori?

E’ stato definitivamente pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il provvedimento, che rende obbligatoria la ricetta elettronica che in Trentino sarà gestita dal veterinario aziendale, figura questa istituita con provvedimento Speciale da parte della scorsa Giunta.

Altro elemento di novità nella cronaca di oggi è che sugli scaffali della GDO Trentina ritroveremo lo yogurt a marchio Qualità Trentino ultimo prodotto ad esser ammesso, sempre da parte della precedente giunta, nel paniere dei prodotti.

Apparentemente lontani tra loro questi due provvedimenti amministrativi sono però strettamente legati da un filo che porta il bicolore bianco/rosso. Il bianco è quello del latte e suoi derivati mentre il rosso è quello della carne. Ebbene sono questi due importanti elementi della filiera dell’agroalimentare a rappresentare principalmente i prodotti di origine animale sulla nostra tavola e nelle nostre coscienze, tutti e due rigorosamente farmaco vigilati e marchiati qualità trentino attraverso gli strumenti della specialità di governo del trentino.

Moltissime persone si preoccupano dei contenuti etici e qualitativi di quello che stanno mangiando e somministrando ai loro cari e assai frequentemente dubbi su ciò che stia dietro alla produzione degli stessi scuotono le loro convinzioni e coscienze.

È una condizione che apprendo nei dialoghi con queste stesse persone magari dopo una cena o un colloquio informale dove la confidenza postprandiale lascia trapelare profonde curiosità spesso intorno a ciò che si è appena mangiato. Non certo per caso la soddisfazione di questi interrogativi mi viene affidata specialmente quando faccio riferimento alla mia professione di origine.

Esattamente come attraverso la codifica del controllo farmacologico degli alimenti di origine animale in forma digitale da parte dello stato, così la provincia nella costruzione e promozione del marchio qualità Trentino, hanno voluto offrire ai consumatori la possibilità di beneficiare in forma verificata e controllabile dell’insieme delle azioni che guidano, nel loro piatto, cibo non inquinato da residui  fuori norma.

Non sicuramente uno spirito autarchico di salviniana accezione dunque alla ”prima i trentini”, anche nelle preferenze di consumo dei prodotti, ma qualcosa di molto più raffinato e profondo.

Si vuole richiamare una fiducia generale nelle istituzioni che governano qui il sistema qualita dei prodotti e la gestione digitale ed avanzata della farmacovigilanza sui prodotti di origine animale dei veterinari.

Il bello è che il sistema di verifica non solo della qualità e provenienza delle materie prime, ma anche la loro lavorazione, è talmente serio e condizionante la la materia prima stessa da essere più significativo e degno di attenzione della sua origine geografica purché qualitativamente rispondente a standard pre-contrattualizzati. Ecco perché esattamente come in Sudtirol con lo speck (molto più abbondante dei maiali autoctoni dai quali vorrebbe derivare) qui ad esempio potrebbe benissimo esser marchiata QT anche la pasta.

E che vi sia le necessità di impostare il rapporto di fiducia con la produzione ma non sia applicabile un’ottusa chiusura nel consumo locale, ben si comprende se si considera che il Trentino ha bisogno del mondo intero quando allo stesso si rivolge con le proprie produzioni melicole e vinicole.

Tornando al tema di partenza si osserva fortunatamente che per ora Il sistema dei controlli  sta funzionando con una sorta di autopilota técnico-‘istituzionale.

È questo il motivo per il quale è necessario che accanto a questo la giunta si attivi politicamente al più presto, per proseguire con il sistema moltiplicatore dei prodotti nel paniere e che vi sia un indirizzo preciso che raccoglie l’impegno di assolvere al compito di promuovere, gestire ed incentivare normativamente e finanziariamente il “bollino” QT.

Sul sito è tutto fermo al 2018 e l’unica cosa che ha detto la giunta attraverso l’assessora competente è che si parla di un “nuovo marchio”. Un altro? O quello che c’è, è nuovo per lei?

Chi se ne occupa? A chi sta a cuore la cosa?

Questo e molto altro è atteso nel prossimo futuro mentre oggi parte la commercializzazione dello yogurt QUALITÀ TRENTINO e il veterinario aziendale gestirà la ricetta elettronica.

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Comunicati Stampa

I Progetti per una comunità devono essere guidati da studi e non non da slogan di partito.

Tra le più ferme convinzioni che albergano nel mio pensiero c’è quella che a governare le scelte della politica, prima ancora dell’etica, ci siano la scienza e la conoscenza. L’attualità consegna strumenti di indagine, capacità conoscitiva e conoscenza della realtà che se assunte in forma propedeutica sono un formidabile strumento di orientamento alle decisioni.

Ebbene la proposta politica della lega che guida la scelta di progettare l’uscita della costruenda Valdastico A31 verso il sud di Rovereto appare invece governata esclusivamente da ragioni di natura partitico propagandistica.

Da medico veterinario oltre che da politico ascolto decisioni e proposte di valutazione pretendendo di sentir citare fonti di un momento sperimentale e/o di studio dove sia stato possibile dimostrare ciò che si vuole sostenere. Ebbene, da questo punto di vista Fugatti in aula ieri aveva più l’aspetto di una persona che cercava di imbonire una poco convinta platea piuttosto che di un politico sicuro, preparato e capace di argomentare le proprie scelte.

Tre sono stati gli episodi, in particolare:

 l primo, un colloquio bilaterale tra Rossi e Fugatti al quale ho avuto occasione di assistere a latere di una conferenza con le minoranze. L’ex presidente Rossi mostrava sul proprio tablet una serie di studi di tracciato ovviamente conservati dalla propria pregressa attività, corredati di studi che ne recavano pregi e difetti.  Sono rimasto sconvolto dal pressappochismo di Fugatti che rispondeva ripetendo nozioni che già erano in nostro possesso certificando così che la documentazione tecnico-scientifica fino a qui prodotta non da nessun punto di vantaggio all’uscita a Rovereto sud. Per la soluzione tanto cara alla lega si è capito dunque che finora non esistono argomentazioni scientifiche nuove e sopravvenute che fugatti sia stato in grado o abbia voluto offrire come nuove al dibattito tecnico.

Il secondo e forse peggiore episodio che mi ha sconvolto in questa giornata è  stato quello relativo al atteggiamento dialettico tenuto da Fugatti in aula. Tra attestazioni di stizza e momenti in dialetto come se ci trovassimo davanti al bancone di un bar pretendeva pubblicamente dagli amministratori locali di ottenere argomentazioni che solo uno studio tecnico e scientifico potrebbe offrire. In particolare, ne contestava il fatto che le argomentazioni problematiche da loro elevate fossero offerte alla spicciolata. Insomma, vi rendete conto del dramma? Dico che è come se un medico, per curare una malattia, proponga un farmaco del quale non conosce gli effetti collaterali ma si arrabbia  se il proprio paziente prova ad elencarli uno ad uno, senza essere preciso?

Infine la cosa più angosciante, il colpo di scena, l’affermazione più forte che Fugatti si è sentito di dover comunicare all’aula: “l’avevamo detto!”, si proprio così, avete capito bene, “noi della lega in campagna elettorale l’avevamo detto!”

Fugatti, non sei più dentro ad un gazebo, sei il presidente della Provincia ed il futuro del Trentino è nelle tue mani. Procurati degli studi geologici, demografici, economici, sociali, tecnici e di flussi di traffico. Vogliamo citazioni, sperimentazioni, diagrammi e presentazioni grafiche su pregi e difetti delle varie soluzioni, non siamo al bar, o dentro ad un gazebo ma piuttosto come in un ospedale dove il paziente con un grave problema, è la nostra terra ma tu non ti stai comportando da dottore.