SQNBA AI BLOCCHI DI PARTENZA? 

Da Michele Dallapiccola

Un giusto principio quello di garantire la salubrità delle produzioni e il benessere degli animali. Peccato che il sistema per arrivarci sia così farraginoso e costoso che i piccoli allevatori ne rimarranno esclusi. 

All’inizio degli anni 2000, sulla scena delle incombenze burocratiche per gli allevatori fa capolino il CRENBA! Incardinato sull’istituto zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia Romagna, è così in acronimo chiamato, il Centro di referenza nazionale per il benessere animale.

Finirà per diventare interprete di quello che vent’anni dopo (2022) si è concretizzato nel Classyfarm: un sistema informativo che oggi categorizza gli allevamenti zootecnici in base al benessere degli animali allevati, alla biosicurezza loro e delle loro produzioni. La PAC, (politica agricola comune) ha pensato bene di collegarlo all’erogazione dei suoi (sempre più scarsi) contributi. Ma si sa, le certificazioni citando Manzoni, “non vengono mai da sole”. Un pò come le idee dei politici (ed io, purtroppo, ne so qualcosa). Ad un certo punto qualcuno ha pensato bene di introdurre qualche elemento certificativo in più: tutta garanzia per i consumatori, tutta qualità di vita per i nostri animali. E SU QUESTI DUE ELEMENTI NON SI DISCUTE! 

Il problema però è che il nuovo sistema di certificazione del benessere animale – Sqnba – non vuol proprio saperne di partire. Dopo un paio d’anni di tiramolla, il Ministero ha provato a metter tutti ai ferri corti. L’11 agosto, è stata la data edittata con perentorietà. Ma è andata buca ancora una volta. Allora tra un “abbiamo scherzato” e un “ok dai riproviamoci” di quindici giorni in quindici giorni, il 15 ottobre prossimo venturo scadrà un ulteriore rinvio. Il terzo, credo.

L’idea che le garanzie nel campo della produzione alimentare non siano mai sufficienti è buona. Il problema è che di burocrazia – costi compresi – tutta a carico di contadini ce n’è fin troppa e di un ulteriore legnata provocata dal gravame di SQNBA non ce n’era proprio bisogno.

Ecco i perché della diserzione a questa nuova gabella europea. Così, un mese fa, ad una prima ricognizione le adesioni ammontavano solamente a 243 aziende su un potenziale di 27.431 beneficiari. Troppi, i costi per le piccole aziende, troppo pochi gli aiuti nella stesura di una burocrazia che è apparsa fin da subito insormontabile. 

Andrà a finire che questi contributi finiranno soltanto nelle mani delle Stalle  di media o grande dimensione. E per fortuna che almeno qualcuna di quelle l’abbiamo anche in Trentino!

Quelle piccole invece, con pochi capi, magari gestite in part time finiranno per dover rinunciare anche alle poche migliaia di euro che potevano fare la differenza sul loro bilancio annuale.  Insomma, ancora una volta, a mio vedere, questa politica provinciale, vuoi per menefreghismo vuoi per incompetenza, permetterà di far sì che i contributi del livello 2 dell’Ecoschema 1 della PAC vadano soltanto alle grosse stalle. Alle piccole, non andrà un becco d’un quattrino. 

Tutto il contrario di quello che va annunciando.